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La sagra della polenta
Lo sapevo che non avrei dovuto uscire di casa. Invece mi sono fatto convincere come uno scemo. Hai vent'anni, devi vedere un po' di mondo, cazzo. Come sorella, mi piange il cuore vederti sempre in mezzo ai libri e attaccato al computer. Cosa volete, si vede che in quel momento ho valutato più economico darle retta, piuttosto che spiegarle come stanno le cose. Nei libri ho sempre trovato il mondo che mi interessa, quello dei fatti e quello delle finzioni. E non parliamo poi di Internet, dove c'è tanta di quella roba che non basterebbero dieci vite. Ma tant'è: quel giorno mollai tutto, e andammo in paese, a questa benedetta sagra della polenta. Così, eccoci in mezzo ai baracconi. Mi danno sempre un'impressione stranissima. Tutti sembrano attirare la tua attenzione come se la tua decisione di comprare o meno da loro facesse la differenza tra la vita e la morte. Sono le basi della psicologia della vendita: non lo sapessi. Però una volta mi capitò di starci davvero male. Eravamo ad una fiera esattamente come questa, o forse è che si somigliano un po' tutte. I baracconi erano presi d'assalto, tranne uno che si chiamava "L'Isola del Tesoro". Era deserto che più non si poteva. Dietro il banco stava una signora, avrà avuto sessant'anni. Aria desolata. "Bambina, vuoi giocare?" disse rivolgendosi a mia sorella. Lei avrà avuto quattro-cinque anni, probabilmente neanche la sentì. Ben presto fummo risucchiati da attrazioni circonvicine. Tornando indietro, ci capitò di passare di nuovo da quelle parti. Notai che il baraccone aveva le saracinesche abbassate. Immaginai la signora che se ne andava verso casa, con chissà quali pensieri. In seguito avrei preso coscienza di quanto siamo responsabili quantomeno della nostra reazione a quello che ci accade. Nel caso in oggetto venni colto da un indefinibile senso di tristezza. Improvvisamente, mi arrivò una puntuta gomitata nel fianco. La sorella mal sopportava questo mio astrarmi dalla situazione, specialmente quando eravamo in compagnia. "Dai, vieni qui", mi fece uno del gruppo. Il "qui" in questione era una macchinetta tipo flipper, da cui sbucava un manubrio che ricordava le corna di un toro. Infilata la monetina di rito, si premevano le corna verso il basso con la maggior forza possibile, ed avevi una fondamentale rivelazione su quanto eri macho. Ora, colui che mi aveva invitato alla sfida faceva di mestiere, credo, qualcosa tipo stare tutto il giorno a portare in giro balle di cemento da cinquanta chili l'una issate sulle spalle. Fatto sta che aveva muscoli anche sui pollici. Quanto a me, l'oggetto più pesante che avessi mai sollevato in vita mia era un in-folio alla Marucelliana. Nonostante la mole, ero scarsino. Cercai di tirarmi indietro, ma non ci fu verso. Mi ci dovetti provare, è il caso di dirlo, per forza. Ora, ecco il fatto bizzarro. A vedere il tipo, sembrava tutto facile. Quando toccò a me, pigiai fino a sentire i bicipiti che mi si strappavano, ma le stramaledette corna non scesero di un millimetro. In quel momento, avrei desiderato che si aprisse una botola, per sparirci dentro. Non se ne materializzò nessuna, e mi sforzai per quanto possibile di non mostrare lo scorno. Per il resto del pomeriggio mi sembrò che la gente parlasse da distanze infinite, e provai irritazione per il fatto che una bruttona esagerata del gruppo mi si strusciasse addosso. Finirà, mi dicevo, e tornerò a libri e computer.
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