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A Dario piaceva molto stare dalla nonna. Anzi, per la precisione godeva da matti a stare in una stanza che in altri appartamenti magari avrebbe espletato quella funzione di cameretta per cui era stata pensata. Visto però che la brava donna viveva da sola, aveva finito per diventare un secondo, enorme ripostiglio.
Al centro della stanza c'era un tavolo, di quelli alla buona, con le zampe di metallo, la superficie di plastica, rosa screziata di bianco. Addossato a una parete, un mobile di quelli che la donna definiva "da tre palle una lira", vale a dire di truciolato. Cioè, l'intelaiatura quanto meno era color legno. Gli sportelli invece avevano una tonalità abbastanza stramba tra verde e giallo, nonchè maniglie bianche che parevano miniature di vasetti di crema per il viso.
Sotto la finestra, giaceva da tempo immemorabile uno scaldabagno sfondato. Probabilmente lo tenevano in memoria dei suoi servigi.
Ma soprattutto, c'era lo specchio. In realtà "specchiera" sarebbe stata una definizione più esatta, dal momento che rifletteva l'intera figura. Stava appoggiato al muro, un po' di traverso, e questo dava l'impressione che il pavimento della stanza riflessa fosse in discesa. Dario spesso ci si sedeva di fronte, bocconi, la testa sui gomiti. Si chiedeva se per caso il riflesso non fosse solo un'immagine, ma proprio una vista aperta su un qualche universo parallelo, con certe sue regole bizzarre e imprevedibili, qualcosa insomma che da noi si sarebbe potuto definire "fiabesco", in cui vivere chissà quali avventure.
L'immaginazione in genere riusciva a tenerlo inchiodato allo specchio per diverse ore. Ma se il viaggio terminava in anticipo rispetto al previsto, volendo c'erano pacchi e pacchi di riviste risalenti come minimo a trent'anni prima. Questo però per Dario non rappresentava un problema. Anzi, semmai un'attrattiva. Si sollazzava a leggere fotoromanzi, fumetti, ma soprattutto i servizi dei rotocalchi, dedicati spesso a personaggi che ormai nella maggior parte dei casi non c'erano più.
Un giorno, scartabellando, trovò un pezzo su come costruirsi una parola portafortuna.Si sosteneva che, una volta costruita questa parola, bastava pronunciarla perchè tutto andasse bene.
Il meccanismo era piuttosto semplice:
- L'iniziale del nome --->D
- Quella della città di nascita---> L
- Una lettera che rappresentava l'anno di nascita (desunta da apposita tabella)----->A
- Infine una sillaba legata al segno zodiacale (altra tabella approntata all'uopo)----> BE
DLABE
Secondo il metodo, la parola doveva essere pronunciata forte e chiara tutte le mattine appena alzati. Vabbè, pensò Dario, sono le quattro del pomeriggio, ma lo so come son fatto. Se aspetto domani mattina, magari me lo dimentico.
Si fissò un attimo nello specchio. Gli pareva di essere un po' scemo a dar credito a queste cose, però...
Alla fine prese un bel respiro, e cacciò aria fuori dai denti.
"Dlabe"
Lì per lì non successe proprio nulla. Nè del resto Dario si aspettava, per dire, che si aprissero le cataratte dei cieli a tutto, in terra, diventasse circonfuso di luce. Però si sentiva meglio, e questo era un inizio. Magari era come quando si comincia una dieta. Non si vede subito che dimagrisci: ci vuole costanza e pazienza. Così. prese l'abitudine di ripetere la parolina magica tutti i giorni appena sveglio.
All'inizio si sentiva semplicemente meglio, sia dal punto di vista psicologico che da quello fisico. Poi notò che vinceva più spesso che in passato alla lotteria istantanea. Cominciò a fare il trader di azioni online, e laddove altri si erano svenati lui guadagnava mica male. Non cifre enormi, ma sicuramente un po' di più della media. Dopo anni e anni di curriculum inviati a vuoto, improvvisamente non seppe più da che parte voltarsi per per star dietro alle offerte di lavoro. Finora la sua laurea in lettere era stata considerata la più sfigata dell'Universo isole comprese. Siamo sinceri, anche lui ne era un po' convinto. Adesso invece si scopriva che gli umanisti erano i migliori in assoluto nella selezione del personale. E venivano pagati a peso d'oro, specie se erano laureati con lode, come lui.
Ora, Dario sapeva bene che si trattava di una di queste mode che ciclicamente vanno e vengono nel mercato. Proprio per questo ci si buttò a capofitto. Scelse l'offerta migliore, e via col vento.
Si rivelò bravissimo, e guadagnò tanti di quei soldi da potersi mettere ben presto in proprio. Tra le altre cose, scoprì anche che la tanto vituperata cocaina non era il mostro che si diceva in giro. Anzi, aumentava di parecchio le sue energie senza alcun sintomo fastidioso. Dormiva due ore per notte e si sentiva un leone.
Intanto non si dimenticava del suo piccolo rito. Tutte le mattine, davanti allo specchio, si sorrideva e proferiva: *dlabe*, con grande solennità. Una sera, in un locale, conobbe una tipa davvero da urlo, e che è che non è, un'occhiata prima, una chiacchiera poi, si ritrovarono avvinghiati a letto. Nelle intenzioni di entrambi doveva essere una faccenda usa e getta. Invece no.
Ogni mattina Dario, ligio al dovere, pronunciava la parolina. E neanche lei veniva meno ai matti. Tutto sembrava andare a meraviglia. Solo che... Era difficile da spiegare. Da un po' di tempo, provava una sottile ma crescente inquietudine, che ultimamente si era mutata in un sordo, del tutto immotivato rancore contro il mondo nel suo complesso.
Poichè era fondamentalmente una brava persona, Dario faceva ogni sforzo per non sbottare. Più passava il tempo, peraltro, più gli si chiariva che cosa stava succedendo nella sua testa. Possedeva sempre più cose, e aveva sempre più paura che gliele togliessero. Era dunque abbastanza logico che finisse per guardare il prossimo suo sempre più in cagnesco.
Venne poi anche il momento in cui non ce la fece più. Un lieto mattino di primavera, un tipo fece il fatale errore di salire sull'autobus usando la porta destinata alla discesa. Oltretutto senza aspettare che scendesse chi doveva. Per sua somma sfortuna tra questi ultimi c'era proprio Dario, che venne urtato.
Fu allora che saltò il tappo alla bottiglia. Nemmeno il tempo di dire bai, che il malcapitato si ritrovò sull'asfalto, con Dario sopra che cercava di strangolarlo, e gente che si adoperava per staccarlo dalla sua vittima. A un certo punto, si riscosse. Un orrore indicibile si era impadronito di lui. Cosa stava facendo mai?
"Dario!?"
Aprì gli occhi, e gli ci volle un po' per realizzare che non si trovava in strada, ma nel suo letto, accanto a sua moglie. Perbacco, non era successo *davvero*. Ma era pur sempre una possibilità.
"Stai bene?"
Bella domanda, a cui non aveva la minima idea di come rispondere. Probabilmente era corretto dire che aveva preso coscienza di una questione assai importante. Doveva diventare meno attaccato ai suoi possedimenti, o per lui sarebbe finita veramente male.
"Ho fatto un brutto sogno. Scusami."
Lei tornò a voltarsi sull'altro fianco. "Dai, rimettiamoci a dormire."
"Marta!?"
"Mh!?"
"Ultimamente non te l'ho detto spesso ma... ti voglio bene."
Sembrava essersi svegliata di botto. Lo guardò per un lungo istante, e parve non riconoscerlo. "Sì, è davvero molto che non me lo dicevi."
"Lo so... e, sai, ti capisco se ultimamente..."
"Ascolta, - lo interruppe lei - lo so che sei una brava persona. Io, vedi... anche questa cosa della separazione... magari sono stata un po' precipitosa... Ti voglio molto bene anch'io, e se tu riuscissi a..."
"Sì, sì, certo. Sai, l'incubo era proprio su quello. Non voglio diventare un mostro."
"Senti, facciamo così. Adesso dormiamo, e domani si ricomincia. Ti va?"
"Sei veramente una gran donna."
Prima di addormentarsi, Dario pensò che aveva fatto male a dubitare. La parola magica funzionava ancora. E gli aveva suggerito la soluzione migliore. Come sempre.
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