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Il figlio 

 

 


Gliel'ho detto chiaro e tondo: che stia tranquillo. Non me la prenderò più di tanto. Sono stato un idiota per anni, per decenni potremmo dire. E ho sofferto inutilmente. Ma è da un bel po' che ho detto basta. 

Successe una mattina all'ora di colazione. Stavo lì con il giornale im mano, quando eccoti la pagina degli spettacoli. To', parlano del mio. E anche di me. Che dice, che dice? Ebbene: che il figlio del noto attore non ha neanche un centesimo della capacità interpretativa e del pathos del genitore. Lui sì che era capace con un solo gesto di incantare la platea e bla bla bla avanti così paragonandomi e facendomi a pezzi per una ventina di righe.

Certo, non era la prima volta che mi succedeva. Stavolta però, chissà come mai, ci rimasi particolarmente male. Era verissimo, cazzo. Alla mia età, lui era ormai lanciatissimo. Io, ancora a fare il comprimario. Che senso aveva? Oltretutto, papà mi aveva lasciato una barca di quattrini. Perchè non lasciar perdere tutto, e godermeli? Nessuno avrebbe avuto da ridire. 

Perché no! rispose a questo punto una vocina da qualche parte nella mia testa. E aveva ragione, cazzo. Non mi ci vedevo a bighellonare in giro, fare tardi la notte, accompagnarmi a tipe prezzolate o meno ma sicuramente non interessate a me come persona. Dovevo farmi una semplice domanda: mi piaceva il teatro? La risposta era sì. Avrei raggiunto I traguardi di mio padre? Probabilmente no. Ma, scusate, cosa voleva dire? Che dovevo lasciar perdere? Ni hablar. Lui era lui, io ero io. Con me stesso dovevo competere, se competizione doveva esserci. 

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