Davide Di LucaOnline  

DELITTO SULLA SCOGLIERA

XIII

 

 

 

Cra-Cra era saltata fuori in modo del tutto inconsulto da una confezione di insalata "selezionata, lavata e asciugata". L'evento ebbe luogo direttamente a tavola, alla presenza dell'intera famiglia Coen, compresa la nipotina di sei anni, che ovviamente impose l'immediata adozione della simpatica raganella. Venne adunque acquistata una scatoletta di plastica, con le pareti traspareti e prese d'aria sul coperchio, dove si ricostruì il meglio possibile l'ambiente di uno stagno.


Per qualche giorno, Cra-Cra fu la star della casa, con grande invidia del pappagallino, che dette segni di scorno e depressione. Coen ricordava di essersi ritrovato a pensare, in quei giorni, che sulla pur breve vita della ranocchietta si sarebbe potuto scrivere un romanzo. Passare per la filiera di una fabbrica di insalata in scatola non era certo una banalità. Chissà quali avventura aveva vissuto quell'animaletto. Poi, una mattina, Coen padre trovò Cra-Cra che galleggiava a pelo d'acqua, immemore, con le zampette distese. 

I sospetti più circostanziati erano due. Il primo, che comunque il povero batrace avesse subito un po' troppo per le recenti traversie. Il secondo, che ci fosse stato un eccesso di cibo sciolto nell'acqua, che aveva finito per far fuori l'ossigeno. Tuttavia, ormai non rimanevano che le esequie. Cra-Cra venne restituita al Gran Mare dell'Essere tramite lo scarico del water. Tutti in casa si mostrarono fiduciosi sul fatto che niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma. E che comunque in chi resta sopravvive il ricordo. 

Con tutto ciò, si poneva il problema della nipotina. Vabbè che era ormai grandicella e stava per cominciare la scuola, ma lo stesso era traumatico assai raccontarle i fatti nudi e crudi. Così Coen padre prese le gambe e si fiondò al negozio di animali. Ne tornò con due batraci in miniatura che, in effetti, sembravano la fotocopia di Cra-Cra. La versione ufficiale, fu deciso, sarebbe stata che, siccome la ranocchietta si sentiva sola, le avevano portato un fratellino. 

La notte, Coen fece un sogno alquanto bizzarro. Si trovava in una stanza enorme con le pareti trasparenti, che aveva tutta l'aria di essere a sua volta contenuta in una stanza più grande, ma con le pareti normali. Sopra la sua testa, un soffitto blu con dei buchi, molto probabilmente prese per l'aria. Di tanto in tanto, nella stanza più grande vedeva passare degli esseri enormi, dalla pelle in parte rosa in parte di altri colori, diversi per ciascuno. Come se non bastasse, avevano gli occhi piuttosto infossati, e come delle specie di ventose attaccate alla testa. Ogni tanto, una di quelle creature apriva il soffitto, e faceva cadere nella stanzetta del cibo. Ottimo, per la verità. Possibile che fossero qualche tipo di benevola divinità. 

Insomma, un ambiente piuttosto strano. L'unico elemento rassicurante era l'acqua in cui stava immerso. Questo fatto lo portava a pensare che nonostante tutto la situazione era più normale di quanto si potesse ritenere a prima vista. 

Così, su mise l'animo in pace e comunciò a sguazzare e saltare, almeno per quanto lo consentivano le dimensioni della sua stanza. A un certo punto, si aprì il soffitto. Perbacco, di nuovo del cibo. Mmmmm, davvero abbondante questa volta... Basta, così, grazie... Oooooh, fermi, mi state sommergendo... Teste di cavolo, così non rimane una mazza di ossigeno nell'acqua! 

Coff...coff...ve possino...

Coff. 

                    

 

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