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Calvino e la resistenza al caos 


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Ultimamente mi sto leggendo la Storia della Letteratura Italiana di Gianni Ferroni. Soprattutto il volume dedicato al Novecento. E’ una di quelle volte in cui materie che all’Università odiavi (perchè dovevi studiarle a forza) diventano invece assai interessanti (perchè le vuoi studiare).

Difatti ho trovato interessanti praticamente tutti gli autori che all’epoca dell’esame di Italiano a Lingue mi stavano sullo stomaco. Più di tutti Italo Calvino.  Un tipo che in un mondo che si fa sempre più complesso riesce comunque a non arrendersi all’idea che siamo scivolati nella confusione più totale.

Voglio dire: c’è stato un tempo in cui pareva che la letteratura potesse funzionare come strumento di interpretazione del mondo: penso al grande romanzo ottocentesco, a quello verista. Ma anche, perchè no, alla sconfinata fiducia degli Umanisti (mi piace soprattutto Leon Battista Alberti) e degli Illuministi poi.

Da un certo momento in poi, pare invece che tutto sfugga. Il letterato non può fare altro che mettere in evidenza quanto il mondo sia sfuggente, incontrollabile. Ci sono quelli che sono finiti al manicomio, letteralmente (vedi Dino Campana) o metaforicamente (Pirandello, dove la follia esce fuori da tutti i buchi).

Calvino no. Riconosce che ormai non si può dare un’interpretazione univoca del mondo, ma non per questo lascia perdere. Ogni giorno si mette lì, e scrive, sforzandosi di essere il più semplice e cristallino possibile. E sta a vedere cosa succede, pieno di curiosità. 

Come scrive lo stesso Calvino, infatti, davanti al caos del quotidiano ci possono essere due atteggiamenti:

Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

 

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