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MAGREZZA E FELICITA' di Maria Pia Santucci

Penso che molti di voi sapranno che cos’è il BMI o in italiano IMC (indice di massa corporea).

E’ la misura che viene utilizzata per classificare il sovrappeso e l’obesità negli adulti.

Si parla quindi di normopeso, se il BMI è compreso tra 18.5 e 24.9, di sottopeso se è al di sotto di 18.5, di sovrappeso se è compreso tra 25 e 29.9, e così via. Basta controllare una tabella facilmente reperibile in ogni libro che parli di aumento o di perdita di peso.

Come si calcola il BMI? Con una semplice operazione: dividendo il peso corporeo in chilogrammi per l’altezza in metri al quadrato (kg/m2).

Vi sono alcune persone che avendo un BMI ad esempio, di  27 o 28 decidono di perdere qualche chilo e con una dieta ben equilibrata, nel senso di un utilizzo di elementi nutrienti vari, una passeggiata anche solo di mezz’ora al giorno, ritornano al BMI che avevano prima dell’aumento di peso.

A volte succede che una volta intrapresa una dieta ferrea, un introito calorico ad esempio non superiore alle 800 calorie al giorno, non si riesca a smettere di perdere peso e si continui a dimagrire con la convinzione che una volta conquistata la tanto sospirata magrezza avremo raggiunto i nostri più “rosei” obiettivi di felicità. La gente ci guarderà con ammirazione, l’altro sesso ci presterà attenzione come mai aveva fatto, tutto sarà più facile e la nostra vita migliorerà definitivamente. La dieta ferrea si attua attraverso 3 modalità: saltare i pasti, ridurre le porzioni ed eliminare certi cibi considerati “ingrassanti”.

Si tratta di raggiungere un obiettivo ben preciso: voglio essere felice con tutta una serie di vantaggi. Il mezzo che utilizzo per raggiungerlo è la dieta ferrea. A quale prezzo? Quanto sacrificio mi costa tutto questo? Poi il tempo passa e, dopo l’euforia dei primi chili perduti, a mano a mano che dimagrisco mi sento sempre peggio. Che strano, eppure dovrei sentirmi così bene! E l’obiettivo, il mio benessere, invece di avvicinarsi si allontana sempre di più.

A questo punto potrei pormi una domanda: come mai succede questo? Cosa non funziona?

Il mio corpo forse ha bisogno di più nutrimento, poiché le sue esigenze fisiologiche, che sono anche le mie se mi riconosco in esso, sono diverse, forse non mangio abbastanza e anche il mio umore ne risente. Come potrebbe accadere ad un’automobile che ha a disposizione, giorno dopo giorno, una minor quantità di benzina: prima o poi finirà per bloccarsi del tutto!

La tristezza e il nervosismo, sono dovute alle poche calorie che contraddistinguono questo mio modo di nutrirmi e non, come abitualmente si crede, al dispiacere che ad un certo punto il dimagrimento rallenta. La causa di ciò semmai sta nel fatto che il mio metabolismo si è notevolmente abbassato. E’ una questione di sopravvivenza: meno calorie introduco e più il mio corpo consuma una minore quantità di energia per resistere in una situazione di forte carenza nutrizionale. Sto male fisicamente e psicologicamente perché privo il mio corpo di quello di cui ha bisogno.

Così dopo un lungo periodo di dieta ferrea, a un certo punto la situazione sembra sfuggirci di mano ed allora si perde il controllo sulla nostra alimentazione. Si finisce per aderire completamente ad un regime alimentare che ci toglie la voglia di vivere, di stare con gli altri, di gioire delle piccole cose e grandi cose.

La dieta ferrea è considerata un fattore di mantenimento specifico, insieme ad altri, di un disturbo alimentare che è di difficile soluzione se non si ricorre all’aiuto di uno specialista.

Nel caso ad esempio di una persona affetta da anoressia nervosa, la famiglia quasi sempre si sente impotente di fronte ad un simile modo irregolare di nutrirsi e non comprende che questo comportamento non dipende dalla volontà dell’individuo ma dal disturbo alimentare. La persona cioè necessità di un aiuto, di una terapia per poter guarire e quando sia i familiari che la persona affetta da tale disturbo comprendono l’importanza di un cammino terapeutico, hanno già fatto un notevole passo avanti nella soluzione del problema.

La convinzione non-funzionale che una magrezza eccessiva ci renderà felici e che migliorerà la qualità della nostra vita rimane solo un’illusione.

Perdere qualche chilo di troppo porta ad un miglioramento dal punto di vista estetico e della salute ma un percorso dietetico fortemente restrittivo e prolungato nel tempo crea danni sia fisicamente che psicologicamente.

Allora perché non agire in modo diverso? Scegliendo un altro percorso che ci induce a lavorare sull’autostima, sull’apprendimento di certe abilità che ci servono, su come far emergere le nostre risorse e a curarci del nostro corpo in modo salutare, attraverso un bilanciamento tra introito calorico ed attività fisica moderata.

La preoccupazione per il peso corporeo dovrebbe lasciare spazio anche ad altri aspetti importati della nostra vita: il rapporto con gli altri, la vita affettiva, il lavoro, la scuola, gli hobby.


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